Orazio Maria Gnerre. L’Europa e il paradigma multipolare

La fase geopolitica alla quale stiamo assistendo, come è stato ampiamente esposto dai teorici, è quella a cavallo tra l’unipolarismo statunitense, predominato dall’egemonia nord-atlantica nei rapporti e nel diritto internazionali, e il multipolarismo, caratterizzato dalla definizione di ampi spazi di integrazione geopolitica autonomi, indipendenti e politicamente sovrani, la cui esistenza è garantita da rapporti di forza più stabili e dal dispiegamento strategico delle potenze limitato alle proprie aree d’influenza. Un termine che potrebbe definire questa fase di coagulazione di un nuovo modello internazionale potrebbe essere quello di “multipolarismo imperfetto”, un evidente “già e non ancora”. Che l’egemonia statunitense, proclamata dopo la fine della Guerra Fredda e la demolizione controllata del blocco sovietico, sia entrata irreversibilmente in crisi, è un dato di fatto: il potere nordamericano, dilazionandosi in più scenari di guerra sul globo dal periodo della “lotta al terrorismo” in poi, ha perso la propria incisività ed influenza diretta. Questa fase è dunque caratterizzata da due fenomeni particolari, strettamente collegati, tra i quali l’Europa rimane invischiata: da un lato, l’elemento progressivo al quale fare affidamento è l’affermazione degli spazi d’integrazione già citati, che stanno conducendo il mondo verso la svolta multipolare. Alla testa della suddetta svolta vi sono i cosiddetti paesi BRICS, con i loro nuovi modelli economici e culturali; dall’altro invece, vi è il ripensamento della strategia atlantica che, per contenere il processo di ridimensionamento degli assetti geopolitici, è costretta ad intrattenere rapporti con determinate potenze regionali, per poterne arginare altre nei loro scopi rivolti (direttamente o indirettamente) alla liberazione globale. In tal senso, il ruolo del soft power culturale, della diplomazia e di determinati tipi di partnership ha preso il sopravvento su un tipo di egemonia perpetrata in maniera più evidente. Non è raro vedere il potere globale atlantico avvantaggiarsi di alleanze con potenze regionali al pari della Turchia, ad esempio, con lo scopo di destabilizzare l’asse sciita in Medio Oriente, o utilizzando la stessa come piattaforma per il dispiegamento di armi atomiche puntate sul Cuore della Terra. Gli stessi rapporti diplomatici portati avanti dagli Stati Uniti nei confronti dell’India (essa pure facente parte della svolta multipolare ed inserita nella coalizione BRICS) servono sostanzialmente per ridefinire il suo scopo geopolitico quale sacca di contenimento anticinese. In questo senso tra l’altro è da ricordare la lucida analisi del Professore di Geopolitica presso l’Università di San Paolo in Brasile, André Martin, che sostiene apertamente la necessità dell’inserimento dell’India nel paradigma politico meridionalista, così da avvicinarla all’allineamento internazionale del Brasile e distanziarla dalle lusinghe nordatlantiche.[1]

Come dicevamo, è in questa contrapposizione dialettica spalancata sull’ampia faglia del possibile che si inserisce la problematica europea. L’Europa – senza dubbio uno dei poli centrali per il completamento della transizione uni-multipolare – sebbene dotata di strutture inadeguate ma potenzialmente funzionali, sebbene satura di suggestioni politiche indefinite ma certamente propositive, sebbene culla di una civiltà dimenticata ma profonda e millenaria, stenta a iniziare il lungo cammino verso l’autodefinizione di sé stessa quale grande spazio, polo geopolitico e civilizzazione autonoma (che, a nostro avviso, sono la stessa cosa). Il pensiero geopolitico, difatti, nasce proprio come speculazione dell’Europa su sé stessa, nell’epoca della manifestazione teorica della grande contrapposizione – mai sopita – del kratos tellurico contro quello talassico. È in seno alla dialettica Europa (continentale) e anti-Europa che si delinea la scuola della geopolitica cosiddetta classica. L’incipit speculativo dell’anglosassone Spykman, con la delineazione terminologica e concettuale di Heartland (letteralmente il Centro della Terra, il vertice strategico dell’Isola Mondo, nonché il perno necessario al controllo globale), è servito a mettere in chiaro la diametrale opposizione di interessi tra l’Europa e l’Anglosfera. In contrapposizione al dispiegamento geostrategico della teoria mackinderiana operato dall’Impero Britannico, è stato il geopolitico tedesco Karl Haushofer a decretare la natura di grande spazio autonomo dell’Europa. L’importanza geopolitica dell’Europa portò lo stesso Goebbels a scrivere – parafrasando il celebre lemma di Haushofer – che “chi possiede l’Europa ottiene per ciò stesso l’impero del Mondo”[2]. Anche nell’ambito della storia delle civiltà la kultur particolare, unica ed unitaria dell’Europa è stata ribadita da Oswald Spengler che, differenziandola ad esempio da quelle islamica e slava, l’ha definita come prodotto irripetibile della Classicità, del Cristianesimo e delle culture barbarico-tribali.[3] Il suo paradigma socio-culturale tradizionale e i suoi archetipi mitici inconsci affondano le loro radici nel Medioevo cristiano, come hanno ribadito i più eminenti pensatori del paneuropeismo del XX secolo. La sua unità politica si è forgiata con il Sacro Romano Impero. L’Europa, insomma, ha ogni caratteristica per proporsi quale soggetto geopolitico indipendente, e ancor più come attore della transizione (non solo geopolitica, ma anche etica e culturale) al modello multipolare. Eppure, essa è tutt’oggi trattenuta dalle pastoie di una concezione geopolitica vetusta.

Già dalla sua nascita, dopo il secondo conflitto mondiale, tra la linea politico-federale e quella puramente economica, è prevalsa la seconda. L’Unione Europea si è affacciata sul panorama internazionale quindi non come attore dello stesso, ma come parte integrante del blocco occidentale. Lungi dal perpetrare i propri interessi reali, la funzione che l’Europa ricopriva già dai tempi della contrapposizione bipolare era solamente quella di argine strategico all’avanzata del socialismo. L’inserimento di buona parte dei Paesi membri nella NATO e la promozione del benessere economico civile erano funzionali a questa stessa strategia. Si era fatto dell’Europa un eunuco geopolitico, al quale poco valsero le singole resistenze nazionali. È proprio in questo contesto, tra l’altro, che si è sviluppato il pensiero geopolitico di Jean Thiriart, volto alla liberazione paneuropea dall’influenza oppressiva dei “liberatori” e allo scardinamento del blocco occidentale. Per tornare quindi all’orientamento che ha animato la costituzione dell’Unione Europea, esso è inequivocabilmente di natura atlantico-anglosassone. In tal senso, urge ribadire la calzante definizione che lo stesso Haushofer diede dell’Inghilterra, definendola “la nemica dell’Europa”. Come dimostrato da Spykman, che ha condotto i propri studi e formulato le proprie teorie sulla scia di Mackinder, il passo tra Gran Bretagna e Stati Uniti è breve, ed è colmato esattamente dal periodo di stagnazione e superamento del potere geopolitico della prima, subito dopo la seconda guerra mondiale. La stessa struttura paradigmatica che si cela dietro la concezione anglo-statunitense di civiltà d’altronde è stata ampiamente descritta da Carl Schmitt, che l’ha ridotta concettualmente al Nomos del Mare, affermatasi con una rivoluzione spaziale avvenuta in contrasto aperto con il primo paradigma, difeso allora dall’Europa cattolica dell’Impero Spagnolo, del Nomos della Terra. Per quanto lo stesso Schmitt abbia ribadito come la contrapposizione tellurico-talassica sia – a tutti gli effetti – una lotta tra modelli esistenziali, è innegabile che dietro di essa si celi un più ampio significato simbolico e metafisico, legato ai termini antitetici di stabilità e mutevolezza, solidità e liquidità, verità e menzogna. Ovviamente, questa prospettiva può essere trasposta con facilità sul piano sociologico, senza per questo intaccarne i significati più profondi, anzi sottolineandone la molteplicità dei livelli.

Come dicevamo, quella che tutt’oggi domina in Europa, è una miope prospettiva di asservimento (strategico-militare, economico, culturale e politico-decisionale) al Nord-Ovest del Pianeta. Anche volendo evitare giudizi di valore su una scelta obbligata compiuta in favore del blocco occidentale durante la Guerra Fredda, è inconcepibile come l’Europa oggi sia incapace di ritagliarsi i propri spazi, pretendendo di vivere al traino di un sistema internazionale ormai al collasso. Essa stessa patisce una crisi economica scaricatale addosso ad arte dalla finanza statunitense, probabilmente con  l’intento di aumentarne l’instabilità, per evitare il raggiungimento di una coesione che oggi, in un periodo post-bipolare, a loro non risulta più utile. Tutto ciò si traspone ovviamente nella perdita di un focus culturale necessario alla creazione di un paradigma comune, e nella sua sostituzione con i simulacri culturali post-moderni. A prima vista, strutture e sovrastrutture in Europa sono inserite nel marasma della liquidità postmoderna, laddove molte altre entità geopolitiche riescono invece ad affermare la propria indipendenza culturale, pur rimanendo ancora impegnate in una situazione di parziale accettazione del modello globalista, almeno nella fruzione (molto spesso puramente finalizzata a scopi strategici) dei mercati internazionali.

A nostro avviso quindi, l’azione per la ridefinizione europea alla luce del futuro multipolare dev’essere unica, sebbene coordinata su molteplici livelli, per quanto l’attacco globalista alla nostra civiltà opera anch’esso su vari piani. Essa deve ad un tempo dividere concettualmente e riunire operativamente le operazioni di liberazione geopolitica, integrazione macrospaziale e difesa della civiltà.

Innanzitutto, sarebbe inutile illudersi confidando nella possibilità di permanere in alleanze militari delegittimate dalla storia: l’Europa, nel processo di autoaffermazione della propria indipendenza, dovrebbe scardinare le proprie appartenenze statali al Patto Atlantico, che ha già esaurito le ragioni storiche per le quali ufficialmente gli Stati membri europei vi aderirono. Sebbene da sempre esso sia stato il braccio armato dell’imperialismo, la sua funzione attuale come strumento degli interessi strategici statunitensi è innegabile. In secondo luogo, il rifiuto dell’egemonia del dollaro e l’adempimento dei propri interessi economici (possibilmente attraverso il partenariato con i Paesi BRICS) sono fondamentali in una prospettiva di autodeterminazione geopolitica. È chiaramente all’integrazione politica dell’Europa ed al suo riconoscimento quale grande spazio che questo processo deve tendere. Nessun tipo di rivendicazione anti-globalista può assumere senso e compiutezza al di fuori del progetto geopolitico multipolare: è questo il discrimine tra un’opzione ideologica romantica ed un’oculata scelta politica. L’elemento però sostanziale che deve alimentare l’adesione culturale ad una prospettiva puramente multipolare è quello della difesa delle particolarità, delle differenze, delle identità all’interno delle costruzioni geopolitiche atte a garantire la stabilità del nuovo assetto. D’altronde, questo rispecchia pienamente la concezione tradizionale dell’Impero, come garante delle identità etniche, religiose e sociali che in esso risiedevano. È in tal senso che una proposta macrospaziale europea deve percorrere le due vie necessarie della costituzione di una struttura amministrativa sovrannazionale (almeno per quanto riguarda la difesa, l’economia e la gestione di risorse e impianti strategici) e del federalismo, sottolineando il grande disegno politico dell’Europa dei Popoli.

Infine, è necessario ribadire la necessità della costituzione di un paradigma puramente europeo, attraverso il quale fronteggiare le nuove sfide geopolitiche. Per fare due esempi, Russia e Cina, rispettivamente membri dei BRICS e nuclei dell’integrazione dei loro rispettivi grandi spazi, stanno riscoprendo il loro paradigma storico che giustifichi la riedificazione dei loro imperi regionali. Se la Russia sta riscoprendo la sua vocazione eurasiatica, anche a livello geopolitico attraverso le manovre di integrazione dell’EurAsEc, la Cina non dimentica il proprio passato imperiale, dimostrando al mondo l’importanza del proprio sostrato culturale confuciano nell’approccio sia nei confronti della politica interna che estera. È interessante notare che entrambi questi grandi spazi hanno raggiunto il climax della manifestazione dell’impero regionale durante il periodo dei cesarismi del XX secolo. Sugli attributi imperiali di Stalin si è dilungato ampiamente Mikhail Agursky[4]. Lo stesso Mao, fa notare il suo biografo Maurice Meisner[5], era rappresentato col volto iscritto nel disco solare raggiante, una proprietà raffigurativa propria degli imperatori.

L’Europa, come abbiamo già accennato, ha nel Sacro Romano Impero carolingio la propria manifestazione imperiale, per quanto, come vedremo, gli sia stata negata un’epifania imperiale completa nel XX secolo. È nella sintesi tra Cristianesimo Latino e Impero che l’Europa si è forgiata, nell’unità politica Franco-Germanico-Latina. Uno dei più grandi pensatori dell’Europa come unità, Novalis, ribadisce che essa è imprescindibilmente cattolica. È dalla Chiesa di Roma che si irradiava l’idea latino-europea per eccellenza. Due fratture disgregheranno poi l’Europa: quella tra Chiesa e Impero, e lo scisma luterano. Non è un caso che Dante, rivendicato sia dai più convinti ghibellini che dai papisti, abbia sviluppato nel De Monarchia quella sintesi sublime dei poteri ecclesiastico e imperiale a cui è dato il nome di “Teoria dei Due Soli”. Come la Chiesa, anche l’Impero è manifestazione della volontà divina. Molto importante, a nostro avviso, il lavoro teorico di riconciliazione operato da un grande pensatore tradizionalista fiorentino, Attilio Mordini, definito “il cattolico ghibellino”, che impegnò la sua vita nell’approfondimento degli scritti sapienziali lasciatici dalla tradizione cattolica ed allo studio di Dante e della civiltà Medioevale. Credo sia importante sottolineare la sua adesione intellettuale al progetto politico paneuropeista di Jean Thiriart. Parimenti, è fondamentale a nostro avviso ribadire l’apporto teorico che possono fornire, soprattutto per la battaglia europea, ma anche ad un livello più alto, le opere di due fieri oppositori al liberalismo di matrice anglosassone e talassica quali Joseph De Maistre e Donoso Cortés. Rileggerli attraverso l’attuale necessità storica è a nostro avviso un’opera necessaria, considerando che essi ben avevano compreso il corso che il demone liberale aveva intrapreso ai loro tempi. Sarà lo stesso Cortés che identificherà l’Inghilterra con un termine biblico dall’importante valenza simbolica, designandola come la “Grande meretrice”, e paragonandola alla madre dell’Anticristo. Ogni lettura riduzionista nei loro confronti, che tenti di proporli come semplici reazionari, è da ritenersi inaccettabile. Sarà lo stesso La Rochelle a comprendere la sottile linea di congiunzione che legava De Maistre e le grandi Patrie totalitarie degli anni ’30 (Roma, Berlino, Mosca) nel segno della rivolta totale contro la società borghese. E lo stesso Schmitt ribadirà le profonde similitudini che intercorrevano tra Cortés e Proudhon, che si contrapposero nel 1848, ma avevano come medesimo nemico lo stesso modello di società.

È, come dicevamo, nel XX secolo che la ricostruzione dell’impero europeo non venne portata a termine. Gli ambienti prolifici della Rivoluzione Conservatrice, dei Nazional-Rivoluzionari e del massimalismo socialista erano indirizzati verso quel grande progetto di rivoluzione totale, innanzitutto etica, che avrebbe dovuto riformare l’Europa, e con essa il mondo. Fu l’ascesa al potere di Adolf Hitler, e con esso di una cultura politica ancorata ai dogmi imperialisti e coloniali del XIX secolo, che minò la stabilità della costruzione di un progetto paneuropeo autentico, privilegiando lo sciovinismo pangermanista, la russofobia e l’anglofilia. Pochi conservarono quella lucida visione genuinamente internazionalista di Pierre Drieu La Rochelle e dell’europeismo francese. Nemmeno il colpo di stato condotto dal nazional-rivoluzionario, aristocratico cattolico, allievo di Junger, Von Stauffenberg, ebbe alcun successo. L’Europa ancora oggi paga il prezzo del revisionismo hitleriano.

L’Europa deve comunque operare nuovamente una scelta, e questa è la scelta tra la vita e la morte. Urge la costituzione di un partito europeo degli europei. L’Europa deve comprendere ora la necessità della propria indipendenza, e deve capire che non sarà il Patto Atlantico a garantirla. L’Europa deve accettare e promuovere sotto tutti i profili l’avvento di una concezione globale policentrica. Solo grazie a questa essa può sopravvivere. I vecchi europeisti devono capire che l’unica lotta per la supremazia legittima è quella per la supremazia interna. In questa prospettiva, nulla dev’essere dimenticato, ma tutto dev’essere riformulato. Abbiamo davanti a noi solo gloriosi esempi. Viviamo l’epoca eroica del risveglio del mito, di un cambiamento epocale. È giunto il momento per l’Europa di sciogliere il nodo di Gordio e decidere: occidentalismo o europeismo? Optare per l’euopeismo non vuol dir altro che scegliere il mondo multipolare.



[1] Il Meridionalismo come paradigma latino-americano. Intervista al Prof. André Martin a cura di Orazio Maria Gnerre e Emmanuel Riondino; Nomos V. L’Eurasia: grande spazio e superpotenza. Pg.50

[2] Diari di Goebbels, 8 maggio 1943. Riportato in Memorie del Terzo Reich. Albert Speer; Note. Pg.618

[3] Geofilosofia dell’Europa. Andrea Virga; Nomos IV. Europa, Da identità culturale a soggetto geopolitico. Pg.30

[4] La Terza Roma. Mikhail Agursky; Edizioni Il Mulino

[5] Mao e la rivoluzione cinese. Maurice Meisner, Einaudi